Per uno sviluppatore europeo, distribuire un’app su iPhone fuori dall’App Store è diventato tecnicamente possibile prima di diventare economicamente semplice. Apple prova ora a sciogliere almeno il secondo nodo. Dal 1° ottobre, secondo i nuovi termini comunicati dall’azienda, le applicazioni distribuite attraverso un marketplace alternativo o direttamente dal sito dello sviluppatore pagheranno una Core Technology Commission del 5% sulle vendite di beni e servizi digitali utilizzabili nell’app. Scompaiono la precedente commissione di acquisizione iniziale e quella legata ai servizi dello store, voci che rendevano difficile capire il costo effettivo di un modello alternativo. Il risultato è una percentuale unica, più leggibile in un foglio di calcolo e più facile da confrontare con i ricavi. Non significa che la porta laterale dell’ecosistema Apple sia diventata gratuita: significa che ora ha un prezzo dichiarato con maggiore chiarezza.

IN SINTESI

Perché è importante

  • Le app distribuite tramite marketplace alternativi o dal web nell'UE pagheranno ad Apple una commissione del 5% sulle transazioni digitali.
  • Per le app rimaste nell'App Store ma con pagamenti esterni la commissione indicata è del 20%, riducibile al 10% per alcuni programmi.
  • La semplificazione elimina alcune voci precedenti, ma non chiude il confronto su quanto siano davvero convenienti i canali alternativi imposti dal Digital Markets Act.

Un conto più semplice, non necessariamente più leggero

Per le app che restano nell’App Store ma usano un sistema di pagamento diverso da quello di Apple, la commissione annunciata è del 20%. Può scendere al 10% per gli sviluppatori ammessi allo Small Business Program e per alcune sottoscrizioni dopo il primo anno. Sono numeri che vanno letti insieme ai servizi ricevuti e ai costi del fornitore di pagamenti scelto: sicurezza delle transazioni, assistenza, distribuzione, gestione dei rimborsi e acquisizione degli utenti non spariscono quando cambia il canale. Apple sostiene che la commissione remuneri tecnologie, strumenti e oltre 250.000 interfacce software messe a disposizione degli sviluppatori. La Commissione europea parte da una domanda diversa: un’impresa designata come “gatekeeper”, cioè porta d’accesso decisiva al mercato, può fissare condizioni che rendono poco attraente la concorrenza che la legge vuole aprire? Il Digital Markets Act non nasce per stabilire quale percentuale sia moralmente giusta. Vuole impedire che poche piattaforme usino il controllo su sistemi operativi, store e pagamenti per chiudere le alternative. Nel caso di Apple, il regolamento europeo richiede che gli sviluppatori possano offrire altri negozi, distribuire un’app dal web e informare gli utenti di prezzi o metodi di acquisto esterni. Nel 2025 la Commissione aveva già contestato le regole di Apple: a suo giudizio, la Core Technology Fee basata sulle installazioni e altri requisiti potevano scoraggiare chi desiderava abbandonare il canale ufficiale. Lo stesso anno Bruxelles ha inflitto ad Apple una sanzione da 500 milioni di euro per la violazione degli obblighi di “steering”, il diritto degli sviluppatori di indirizzare i clienti verso offerte esterne.

La nuova struttura prova a trasformare un sistema di voci sovrapposte in un modello a commissione, simile a quello introdotto da Apple in mercati come Giappone e Brasile. Reuters riferisce che la Commissione europea ha accolto positivamente le modifiche e ne controllerà l’applicazione. La cautela è comprensibile: la conformità non si misura soltanto dalla semplicità del contratto, ma dall’effetto sul mercato. Se un marketplace alternativo deve sostenere costi di acquisizione, pagamenti, sicurezza e assistenza, mentre Apple continua a incassare una percentuale sulle transazioni, la competizione può esistere sulla carta e restare fragile nella pratica. Epic Games, da anni in conflitto con Apple, definisce le nuove commissioni costi ingiustificati e sostiene che non aprano davvero l’ecosistema. È la posizione di una parte interessata, non una sentenza, ma indica il punto su cui si concentrerà il prossimo confronto.

Cosa cambia nei conti di chi sviluppa

La percentuale del 5% rende più prevedibile un piano industriale, soprattutto per i servizi digitali che possiedono già un marchio forte e una relazione diretta con il cliente. Una piattaforma di streaming, un’app professionale o un gioco con una comunità consolidata possono valutare quanto risparmiano distribuendo dal web e gestendo in proprio pagamenti e assistenza. Per una piccola app sconosciuta, il calcolo è diverso. L’App Store non è soltanto un sistema di incasso: è anche una vetrina, un processo di revisione e un luogo in cui l’utente è abituato a fidarsi. Uscirne significa costruire la propria reputazione, spiegare l’installazione e sostenere il costo di raggiungere il pubblico. Una commissione più bassa non compensa automaticamente questi oneri, specialmente se il tasso di conversione cala quando il pagamento si sposta fuori dall’ambiente familiare.

Il vero cambiamento, quindi, non è una migrazione di massa annunciata per ottobre. È la possibilità di elaborare strategie ibride con un conto meno opaco. Un editore potrebbe tenere l’app nell’App Store e vendere l’abbonamento sul proprio sito; un servizio B2B potrebbe usare la distribuzione diretta per clienti già acquisiti; un marketplace specializzato potrebbe offrire software che Apple non promuove efficacemente. Ogni scelta richiede di confrontare commissioni, costi del processore di pagamento, IVA, assistenza, frodi, marketing e regole di recesso. Per chi usa un’app, la conseguenza più visibile potrebbe essere una maggiore varietà di prezzi e promozioni, ma anche un’esperienza meno uniforme. Pagare fuori dall’App Store significa spesso rivolgersi allo sviluppatore, non ad Apple, per rimborsi e problemi. La concorrenza dà libertà; la libertà distribuisce anche le responsabilità.

La prova dei fatti

Sotto le percentuali c’è un conflitto più grande sul valore delle piattaforme digitali. Apple ha costruito hardware, sistema operativo, strumenti di sviluppo, sicurezza e un mercato globale; pretende di essere remunerata anche quando vendita e distribuzione avvengono altrove. Gli sviluppatori rispondono che una quota ricorrente sulle transazioni limita la possibilità di competere proprio usando alternative autorizzate dalla legge. Entrambe le affermazioni contengono una parte di verità. Un ecosistema costa, ma il controllo dell’ecosistema può diventare una rendita. Il DMA tenta di separare le due cose senza progettare al posto delle imprese il loro modello economico. È un esperimento regolatorio osservato ben oltre l’Europa, perché ogni soluzione trovata qui può influenzare cause, leggi e contratti in altri Paesi. La valutazione editoriale, per ora, è prudente. Passare da formule difficili da prevedere a una commissione unica è un miglioramento reale: permette a chi sviluppa di scegliere sulla base di numeri comprensibili. Non basta però a dimostrare che il mercato sia diventato aperto. Lo sapremo guardando quante aziende useranno davvero i canali alternativi, se nasceranno marketplace sostenibili e se i prezzi finali scenderanno. Se il 5% sarà abbastanza basso da lasciare spazio a nuovi intermediari, Apple avrà trovato un compromesso duraturo. Se servirà soltanto a scoraggiare le alternative con una formula più elegante, Bruxelles tornerà al tavolo. Per gli utenti la domanda più semplice resta la più utile: la possibilità di acquistare altrove produrrà una scelta migliore, o soltanto un percorso più complicato per arrivare allo stesso prezzo?

APPROFONDIMENTI

Fonti

Documenti, comunicati e pubblicazioni consultati per ricostruire dati e contesto.

  1. Apple Developer — Update on apps distributed in the European UnionDocumentazione
  2. Apple Developer — Communication and promotion of offers in the EUDocumentazione
  3. Commissione europea — App distribution under the Digital Markets ActFonte primaria
  4. Reuters — Apple changes fees for alternative app stores in EUAnalisi